Curiosità e Tradizioni

Quando i cimiteri scozzesi avevano le guardie di notte

Nella Scozia dell’Ottocento, il silenzio dei cimiteri poteva essere interrotto dal passo di una sentinella. Dopo il tramonto, alcune tombe venivano sorvegliate da uomini armati di lanterna, incaricati di impedire che qualcuno profanasse le sepolture.


Dietro questa insolita vigilanza c’era un mercato clandestino alimentato dalla medicina. Le scuole di anatomia e i medici avevano bisogno di cadaveri per le dissezioni, ma le salme disponibili legalmente non erano sufficienti. A colmare quella carenza provvedevano i cosiddetti “resurrection men”, che agivano soprattutto di notte.


Il loro obiettivo erano i defunti sepolti da poco, particolarmente utili per lo studio dell’anatomia. Le bare venivano dissotterrate e i corpi rivenduti a chi ne aveva bisogno per la ricerca e l’insegnamento medico.


Per le famiglie il lutto assumeva così una dimensione ulteriore: anche dopo la sepoltura restava il timore che il corpo del proprio caro potesse essere sottratto. Alcuni parenti arrivavano a pagare guardiani privati per sorvegliare le tombe durante le prime settimane, considerate le più vulnerabili.


Nei cimiteri comparvero quindi watch houses, piccole strutture dalle quali era possibile controllare le sepolture. Lan­terne, armi rudimentali e persino dispositivi capaci di segnalare eventuali manomissioni contribuivano a rendere più difficile l'azione dei ladri.


Una delle difese più singolari furono le mortsafes: pesanti gabbie o strutture in ferro e pietra collocate sopra la tomba per impedire l'accesso alla bara.


La svolta arrivò con l’Anatomy Act del 1832, che regolamentò la disponibilità dei corpi destinati alla dissezione e contribuì a ridurre il traffico clandestino. Per alcuni decenni, però, i cimiteri scozzesi conobbero una realtà sorprendente: turni di guardia, sentinelle e vere e proprie protezioni contro la profanazione.


Non per difendersi dai morti, ma dagli uomini.



© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: Curiosità e Tradizioni 18 settembre 2026
Nell’Antico Egitto anche il gesto di una donna che si tirava i capelli poteva assumere un significato religioso. Durante i funerali, le lamentatrici potevano scuotere la chioma, portarla sul volto o afferrare una ciocca davanti al defunto. Gesti che oggi interpreteremmo come manifestazioni di disperazione, ma che nel contesto funerario egizio appartenevano a un vero e proprio codice rituale. Per gli Egizi, la morte non rappresentava una conclusione definitiva. Il rito funebre aveva il compito di accompagnare il defunto verso una nuova esistenza e di favorirne la rinascita nell’aldilà. Per questo, le azioni compiute attorno alla mummia assumevano un valore che andava oltre il semplice sfogo emotivo. I capelli, agitati o tirati, rendevano visibile la sofferenza, ma potevano evocare anche movimento e vitalità. L’interpretazione che li collega direttamente alla fertilità o alla rinascita resta però una lettura successiva, non una certezza assoluta delle fonti. La pratica è attestata almeno dall’Antico Regno. I Testi delle Piramidi ricordano esseri che si tirano i capelli per il sovrano defunto, mentre scene della VI dinastia mostrano gesti analoghi. La tradizione compare anche nelle raffigurazioni funerarie del Nuovo Regno, soprattutto nelle tombe tebane. Le lamentatrici potevano inoltre richiamare simbolicamente Iside e Nefti, divinità associate alla protezione e alla rinascita del morto. Il loro dolore diventava così parte del passaggio verso l’aldilà. In questa prospettiva, quel gesto apparentemente disperato racchiudeva una duplice dimensione: il dolore per la perdita e la speranza che la morte non fosse definitiva. Nell’immaginario egizio, piangere il defunto poteva significare anche accompagnarlo verso una nuova vita. 
Autore: Storia e Cultura 18 settembre 2026
Nell’Antica Grecia la morte non rappresentava soltanto la fine della vita, ma un passaggio verso una nuova dimensione. Per questo il funerale aveva un profondo valore religioso e sociale: rispettare i rituali significava onorare il defunto e mantenere l’equilibrio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il rito iniziava con la próthesis, la preparazione e l’esposizione del corpo. Il defunto veniva lavato, unto con oli profumati, vestito e deposto nella casa di famiglia, dove parenti e conoscenti potevano rendergli omaggio. Il lutto era espresso anche attraverso pianti e lamentazioni rituali, spesso affidate alle donne della famiglia. Seguiva l’ekphorá, la processione che conduceva il corpo dalla dimora al luogo della sepoltura o della cremazione. Il corteo rendeva pubblico il passaggio del defunto e coinvolgeva la comunità, soprattutto nei casi di personaggi importanti. Sepoltura e cremazione convivevano secondo epoche e tradizioni diverse. Le tombe potevano contenere oggetti, offerte e stele commemorative, mentre preghiere, libagioni e doni accompagnavano il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Il rapporto con i morti, però, non terminava con il funerale. Visite alle tombe, offerte di cibo, vino, fiori e profumi e successive commemorazioni mantenevano vivo il legame con gli scomparsi. La tomba diventava così un luogo della memoria, capace di collegare passato, famiglia e comunità. 
Autore: Attualità 18 settembre 2026
Il progetto di un impianto di cremazione ad Ancona, inserito nelle linee programmatiche del Comune nel 2023, sembra ormai lontano dalla realizzazione. In tre anni l’ipotesi ha attraversato studi, sopralluoghi, proteste, raccolte firme e cambi di programma, senza arrivare alla scelta definitiva del luogo. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione del crematorio all’interno del cimitero di Tavernelle. L’amministrazione aveva destinato all’operazione un finanziamento di 2,5 milioni di euro attraverso un mutuo con Cassa Depositi e Prestiti, spendendone già circa 300mila. L’avvio dei lavori era previsto per giugno 2025. Nel frattempo è nato il comitato Aria Nostra, contrario all’impianto, che ha raccolto circa 4.200 firme. Di fronte alle contestazioni, il Comune ha sospeso il progetto e disposto ulteriori verifiche ambientali affidate all’Arpam. La questione è arrivata anche alla Commissione comunale referendaria, chiamata a valutare l’ammissibilità di un quesito sul crematorio. A inizio 2026 il sindaco Daniele Silvetti ha annunciato lo stop definitivo all’ipotesi Tavernelle, indicando la necessità di valutare altre aree. Tra le possibilità è comparsa quella delle Saline, ma l’idea è stata respinta dai Comuni confinanti. Successivamente l’attenzione si è spostata su Bolignano, dove però la reazione dei residenti è stata altrettanto netta. Dopo un’assemblea pubblica particolarmente contestata e una nuova raccolta firme, anche l’ipotesi Bolignano sembra essere tramontata. Il Comune ha quindi evocato la possibilità di un accordo con altre amministrazioni del territorio. Intanto resta aperto anche il problema economico: l’azienda modenese incaricata di fornire il primo forno crematorio ha annunciato che valuterà le proprie iniziative, ipotizzando un contenzioso per un contratto legato a un investimento superiore ai 600mila euro. Dopo tre anni, dunque, Ancona si trova ancora a dover individuare non soltanto un'area, ma una soluzione condivisa per un progetto che continua a dividere amministrazione e cittadini. Fonte: il Resto del Carlino, 17 settembre 2026
Autore: Attualità 18 settembre 2026
Un incendio ha interessato l’area adiacente al cimitero di Mondragone, in via Castel Volturno, dove le fiamme hanno coinvolto anche un contenitore utilizzato per raccogliere alcuni feretri dopo le operazioni di riesumazione. Il rogo sarebbe partito dalla vegetazione secca presente lungo il perimetro del camposanto. Le sterpaglie, raggiunte dalle fiamme, avrebbero favorito la propagazione dell’incendio oltre il muro di recinzione, fino a interessare il cassone nel quale erano accatastate le bare in legno. Il materiale, una volta raggiunto dal fuoco, avrebbe contribuito ad alimentare ulteriormente il rogo. A dare l’allarme sono stati alcuni residenti, che hanno notato le fiamme e richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco. I pompieri del distaccamento di Mondragone hanno raggiunto l’area, domato l’incendio e provveduto alla successiva bonifica. Restano da chiarire le cause dell’incendio. Tra le ipotesi riportate dalle cronache locali figura anche quella di un possibile gesto intenzionale all’interno del cassone, forse legato allo smaltimento dei vecchi feretri. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione ancora da verificare: saranno gli accertamenti a stabilire l’esatta origine del rogo e le eventuali responsabilità. Fonte: CasertaNews, 17 settembre 2026 
Autore: Storia e Cultura 18 settembre 2026
Il monumento funebre rinascimentale trasforma la sepoltura in un racconto di identità, prestigio e memoria, unendo arte, architettura e simbolismo. Nel Rinascimento italiano anche il modo di ricordare i defunti cambia profondamente. Sotto l’influenza dell’Umanesimo, l’individuo acquista una nuova centralità e la tomba non è più soltanto il luogo della sepoltura, ma diventa una rappresentazione della persona, del suo ruolo sociale e della sua eredità. L’arte funeraria guarda all’antichità classica e introduce forme ispirate a equilibrio, proporzione e armonia. Colonne, archi e frontoni vengono reinterpretati all’interno di composizioni studiate per integrarsi con chiese e cappelle. La figura del defunto, spesso raffigurata con maggiore realismo, assume un ruolo centrale: volto, postura e dettagli contribuiscono a restituirne un’immagine riconoscibile e dignitosa. Anche la decorazione acquista un significato preciso. Iscrizioni, stemmi e simboli raccontano la vita, le virtù e la posizione raggiunta dal defunto, trasformando il monumento in un vero documento della società del tempo. Firenze offre alcuni degli esempi più celebri, nelle basiliche di Santa Croce e San Lorenzo, dove artisti come Michelangelo portarono la scultura funeraria verso una nuova intensità espressiva. Ma importanti testimonianze si trovano anche a Roma, Venezia e Bologna. Il monumento rinascimentale diventa così un ponte tra memoria privata e dimensione pubblica: non conserva soltanto un nome, ma tramanda attraverso i secoli l’identità di una persona e i valori di un’intera epoca. 
Autore: Storie oltre il mainstream 17 settembre 2026
Un modo per trasformare un profilo personale in uno spazio di ricordo digitale La presenza online di una persona non scompare necessariamente con la sua morte. Negli anni i social network sono diventati anche luoghi in cui conservare fotografie, messaggi, ricordi e momenti condivisi. Per questo motivo Facebook ha introdotto gli account commemorativi, una funzione pensata per trasformare il profilo di una persona deceduta in uno spazio dedicato al ricordo, evitando che venga eliminato automaticamente o utilizzato impropriamente. L’account commemorativo rappresenta una sorta di memoria digitale: permette ad amici e familiari di continuare a visitare il profilo, lasciare messaggi di ricordo e mantenere vivo il legame con la persona scomparsa, rispettando però la sua identità e la sua privacy. Che cos’è un account commemorativo di Facebook Un account commemorativo è un profilo Facebook trasformato dopo la morte del titolare. Quando Facebook riceve una segnalazione ufficiale del decesso e verifica le informazioni fornite, il profilo viene modificato con alcune caratteristiche specifiche. Accanto al nome della persona compare la dicitura “In memoria di”, che segnala agli altri utenti che si tratta di un profilo appartenuto a una persona deceduta. L’account non viene più considerato un normale profilo attivo e non può essere utilizzato per accedere alla piattaforma come faceva il proprietario originario. Il profilo rimane però visibile secondo le impostazioni sulla privacy scelte in precedenza dall’utente e può continuare a rappresentare un punto di incontro digitale per chi desidera ricordarlo. Cosa cambia dopo la trasformazione in account commemorativo Quando un profilo diventa commemorativo, Facebook applica una serie di limitazioni per proteggere la memoria e la sicurezza dell’utente. Tra i principali cambiamenti: nessuno può accedere all’account utilizzando la password della persona scomparsa; il profilo non appare più nei suggerimenti di amicizia; non vengono inviati promemoria di compleanno; non vengono pubblicati automaticamente nuovi contenuti; il nome del profilo viene contrassegnato come account commemorativo; alcune funzionalità vengono limitate per evitare utilizzi impropri. Gli amici e i familiari possono comunque continuare a visualizzare i contenuti già pubblicati, se erano autorizzati a farlo, e lasciare messaggi sulla bacheca del profilo. Il contatto erede: chi può gestire un account commemorativo Facebook offre la possibilità di scegliere un “contatto erede”, ovvero una persona incaricata di gestire alcuni aspetti del profilo dopo la trasformazione in account commemorativo. Il contatto erede non diventa proprietario dell’account e non può accedere ai messaggi privati o modificare completamente il profilo. Il suo ruolo è limitato ad alcune attività specifiche. Può, ad esempio: aggiornare l’immagine del profilo e quella di copertina; scrivere un post fissato nella parte superiore del profilo; rispondere alle nuove richieste di amicizia; modificare alcune informazioni relative agli eventi commemorativi; scaricare una copia dei contenuti condivisi dall’utente, se questa possibilità era stata autorizzata. La scelta del contatto erede può essere effettuata direttamente dalle impostazioni dell’account mentre la persona è ancora in vita. Come richiedere la trasformazione di un profilo in commemorativo La trasformazione di un profilo Facebook in account commemorativo non avviene automaticamente. Deve essere richiesta da una persona autorizzata o informata del decesso. Per effettuare la segnalazione è necessario fornire a Facebook alcune informazioni, tra cui: il nome della persona deceduta; il collegamento al suo profilo Facebook; la data del decesso; una documentazione che confermi la morte, come un certificato o un documento equivalente. Dopo la verifica, Facebook procede alla conversione del profilo. Cosa succede agli account senza contatto erede Se una persona muore senza aver indicato un contatto erede, il profilo può comunque essere trasformato in commemorativo. In questo caso nessuno potrà gestirlo attraverso gli strumenti messi a disposizione da Facebook. Il profilo resterà quindi come spazio di memoria, ma senza una persona incaricata di aggiornarne alcuni elementi. Gli utenti autorizzati potranno continuare a interagire con i contenuti disponibili secondo le impostazioni già presenti. Eliminazione definitiva dell’account dopo la morte Facebook permette anche di scegliere un’altra opzione: eliminare definitivamente il proprio account dopo la morte. Attraverso le impostazioni dell’account è possibile indicare che, in caso di decesso, il profilo non dovrà essere trasformato in commemorativo ma cancellato definitivamente. Questa scelta comporta la rimozione del profilo, delle fotografie, dei post e delle informazioni associate all’account. Una volta completata la procedura, il contenuto non sarà più recuperabile. Perché gli account commemorativi sono importanti nell’era digitale La gestione dell’identità digitale dopo la morte è diventata una questione sempre più rilevante. Ogni giorno milioni di persone condividono online fotografie, pensieri, relazioni e momenti personali, creando una vera e propria memoria digitale. Gli account commemorativi rispondono alla necessità di trovare un equilibrio tra due esigenze: rispettare la privacy e la sicurezza della persona scomparsa; consentire a familiari e amici di conservare un luogo virtuale dove ricordarla. Il tema riguarda non solo Facebook, ma l’intero ecosistema digitale. Anche altri servizi online hanno sviluppato strumenti simili per gestire gli account degli utenti deceduti, dimostrando come la vita digitale sia ormai parte integrante della memoria personale e collettiva. La nuova frontiera dell’eredità digitale Gli account commemorativi rappresentano un esempio concreto di come la tecnologia stia modificando il concetto tradizionale di eredità. Oltre ai beni materiali, oggi esiste anche un patrimonio digitale composto da fotografie, conversazioni, documenti e contenuti personali. Gestire questo patrimonio richiede consapevolezza: scegliere in anticipo cosa deve accadere al proprio profilo dopo la morte permette di lasciare indicazioni chiare e ridurre difficoltà per familiari e amici.  In un mondo sempre più connesso, anche il ricordo passa attraverso strumenti digitali. Gli account commemorativi di Facebook sono diventati uno dei modi attraverso cui la tecnologia cerca di preservare la memoria delle persone, trasformando un semplice profilo social in uno spazio dedicato al ricordo e alla continuità del legame umano.
Autore: Storia e Cultura 17 settembre 2026
Per gli antichi Egizi la morte non rappresentava la fine dell’esistenza, ma l’inizio di un nuovo percorso. Per questo il rito funebre aveva un’importanza fondamentale: ogni gesto doveva contribuire a garantire al defunto il passaggio verso la vita eterna. Al centro delle pratiche vi era la mummificazione. Conservare il corpo significava permettere alle diverse componenti spirituali dell’individuo, tra cui Ka e Ba, di ricongiungersi nell’aldilà. Il corpo veniva purificato, privato degli organi interni e disidratato con il natron; gli organi erano custoditi nei vasi canopi, mentre il cuore veniva generalmente lasciato al suo posto. Oli, resine, bende di lino e amuleti completavano la preparazione. Seguiva il corteo verso la tomba, considerata una vera dimora eterna. Al suo interno venivano deposti alimenti, oggetti personali, gioielli, amuleti e testi religiosi destinati ad accompagnare il defunto nel nuovo mondo. Tra le cerimonie più importanti vi era il Rito dell’Apertura della Bocca, attraverso il quale si restituivano simbolicamente al defunto le capacità di respirare, parlare, vedere e nutrirsi. Il viaggio culminava nel giudizio di Osiride. Il cuore veniva pesato sulla bilancia contro la piuma di Maat, simbolo di verità e giustizia. Un cuore degno permetteva l’accesso alla vita eterna; uno gravato dalle colpe conduceva invece alla definitiva distruzione. Per gli Egizi, dunque, il funerale era molto più di un commiato: era il rituale che trasformava la morte in un passaggio verso l’eternità. 
Autore: Curiosità e Tradizioni 17 settembre 2026
In Giappone la morte non segna necessariamente la fine del rapporto con i propri cari. Ogni anno, durante l’Obon, una delle ricorrenze più importanti della tradizione giapponese, il ricordo degli antenati torna al centro della vita familiare. Le origini della festa risalgono alla tradizione buddhista e a un racconto legato a Mokuren, discepolo del Buddha, che avrebbe ottenuto la liberazione dello spirito della madre attraverso preghiere e offerte. Da questa storia sarebbe nata anche la Bon Odori, la danza tradizionale che ancora oggi accompagna i festeggiamenti. Secondo la tradizione, nei giorni dell’Obon gli spiriti degli antenati tornano temporaneamente nelle loro case. Le famiglie preparano gli altari domestici, puliscono le tombe, accendono incenso e depongono fiori, frutta, riso e altri alimenti. La visita al cimitero diventa così un momento di preghiera, ma anche di incontro tra generazioni. Tra i simboli della festa ci sono le lanterne, accese per guidare gli spiriti verso casa e, alla fine della celebrazione, affidate in alcune località a fiumi e mari durante il Toro Nagashi, che ne accompagna simbolicamente il ritorno. L’Obon conserva così un significato profondo anche nel Giappone contemporaneo: non una semplice commemorazione dei defunti, ma un momento in cui memoria, famiglia e tradizione si incontrano, mantenendo vivo il legame tra passato e presente. 
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