Quando a Nuoro la morte spegneva il fuoco di casa
A Nuoro, quando qualcuno moriva, la morte non entrava soltanto nella vita della famiglia. Entrava anche nella casa.
Il fuoco del focolare veniva spento davvero. Niente braci, niente pentole sul fuoco, nessun pasto preparato tra quelle mura. Per circa quindici giorni la cucina rimaneva immobile, privata del suo calore. Era il segno visibile che quella casa era stata raggiunta dal lutto.
Ma c'era una domanda inevitabile: se in casa non si cucinava, chi avrebbe sfamato i familiari del defunto?
A pensarci erano parenti e vicini. Arrivavano con ceste di vimini, le córbulas, colme di cibo. Non si trattava semplicemente di un gesto spontaneo di solidarietà: per il vicinato era una consuetudine precisa, quasi un obbligo rituale. Ogni cesta portava con sé qualcosa di più del necessario per mangiare: annunciava che la comunità riconosceva quel lutto e si faceva carico di chi era rimasto.
Dietro le córbulas si nascondeva una tradizione ancora più antica.
L'etnologo Massimo Pittau, che ha studiato e documentato le usanze funerarie della Sardegna, ha collegato questo costume ai banchetti funebri dell'antichità mediterranea. I Greci li chiamavano perideipnon, mentre anche gli Etruschi accompagnavano il culto dei morti con offerte e momenti conviviali.
Cambiano i luoghi e i secoli, ma il significato rimane: il cibo diventa un ponte tra chi non c'è più e chi continua a vivere.
A Nuoro, questo antico rito è sopravvissuto fino al XX secolo. E per quindici giorni, quando il fuoco si spegneva, era la comunità a tenere in vita la casa.
© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼
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